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Incontro 22/01/2012

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Milano, 22 gennaio 2012

 

 

 

TESTIMONI DI SPERANZA

 

 

Il legame con le persone che ci precedono in paradiso è un legame misterioso, ma non meno reale di quello che abbiamo con chi ci è accanto. I problemi restano, la difficoltà resta, ma se dentro di noi c’è questa speranza, che è certezza, la vita è più facile, più serena.

 

 

DON GIANCARLO: A nome mio e di tutti voi do il benvenuto a Marzia, che ho invitato per una testimonianza. Marzia è una mamma e una moglie che ha avuto una vita ricca ma segnata da parecchie ferite, come del resto tutti noi qui presenti. Ci lega una storia pluridecennale, dai tempi in cui io insegnavo Religione al Liceo classico di Legnano e lei era mia alunna, anche se per un certo periodo non ci siamo più visti. E’ mamma di una bambina cerebrolesa che ha accompagnato con grande amore fino alla morte, avvenuta qualche mese fa.

L’amore materno le ha permesso di rinunciare alla carriera universitaria nella quale era coinvolta insieme al marito. Dio l’ha provata anche con la chiamata a sé del marito, avvenuta qualche anno fa. Siccome abbiamo ripreso i contatti, l’ho vista primariamente impegnata per la sua bambina. Dopo il transito di lei si è rituffata nella vita normale che a lei era stata impedita per la scelta di stare sempre vicina come mamma alla figlia: come presenza che illumina, che sostiene, che accompagna. Ascoltando la sua testimonianza potremmo tutti arricchirci del contenuto della speranza: sia quelli che in mezzo a noi stanno ancora ansimando, perché, nonostante la fiducia che reciprocamente ci diamo, hanno ancora tante perplessità, tanti momenti bui sul loro cammino che non garantiscono la pace del cuore; sia quelli che sono già usciti dai momenti più oscuri, ma sono ancora alle prese con la fatica del vivere e del costruire la propria pienezza di vita. Non c’è nulla di così bello come quando, guardandoci in faccia da amici che si stimano e che stanno in ascolto l’uno dell’altro, possiamo attingere una ricchezza che fa bene al cuore e aiuta anche il nostro sguardo a diventare più lungimirante. Ho invitato Marzia anche per questo.

 

 

 

 

 

NATALE : Riprendiamo il nostro cammino dopo la pausa natalizia che, secondo le indicazioni date nella lettera di invito, ci ha dato la possibilità di riflettere innanzitutto su cosa intendiamo fare della nostra vita, cosa ha voluto dire l’evento della nascita di Gesù. Spesso nei nostri incontri lo chiamiamo in causa; questa chiamata ci muove innanzitutto a riconoscerlo e a camminare con Lui in quanto cristiani. Il fatto che noi continuamente ci riproponiamo e una volta al mese ci rivediamo non è un caso: ci permette di andare oltre,  di aprire il nostro cuore e di  facilitare il cammino verso di Lui, confrontandoci gli uni con gli altri. Con questo intento lascio la parola a Marzia, che ringraziamo di essere venuta tra noi.

 

MARZIA:  Confermo quanto ha  già detto don Giancarlo: l’ho conosciuto come mio insegnante di Religione al Liceo classico: ha dato vigore alla mia fede che già mi avevano insegnato i miei genitori e che voglio anche in questo momento ringraziare. Ho avuto una bambina Elena, nata nel 1990 all’Ospedale San Raffaele. Quando è nata ha presentato subito alcune difficoltà; pertanto è stata ricoverata per tutto il primo mese nella terapia neonatale intensiva del San Raffaele. A dodici ore dalla nascita ha presentato le prime crisi convulsive e successivamente ha avuto delle crisi respiratorie che l’hanno posta in pericolo di vita. L’abbiamo quindi fatta battezzare dal Cappellano dell’Ospedale. Contrariamente ai timori dei medici, ha cominciato a respirare da sola; le crisi epilettiche sono state a loro volta controllate con una cura farmacologica. Di conseguenza,  dopo un mese, l’abbiamo potuta portare a casa con l’avvertenza di far curare le lesioni cerebrali con un’appropriata fisioterapia. Sia io che mio marito abbiamo cominciato a girare parecchi ambulatori di Milano per avere delle indicazioni sulla fisioterapia più adatta, dato che ne esistono parecchi tipi per i bambini cerebrolesi. Ci siamo poi fidati del cosiddetto “metodo Doman”. Purtroppo, quando la bambina aveva due anni e mezzo, nel marzo del 1993, mio marito è stato improvvisamente colpito da un ictus che l’ha portato alla morte, nonostante le cure tempestive ricevute all’Ospedale di Niguarda.  Mi sono quindi ritrovata sola con Elena e la sua patologia. Mi sono detta subito che volevo continuare nella cura per Elena, la quale a due anni e mezzo non sapeva camminare, non sapeva parlare, non sapeva usare le mani. Mi sono sentita di voler continuare questa battaglia per guadagnare anche un centimetro,  un millimetro di possibilità in più per lei; quindi, anche con l’aiuto dei volontari, ho sempre continuato questa fisioterapia. Elena non ha mai imparato a camminare né a parlare,  ma sapeva dare e mi ha dato, e ci ha dato, il suo sorriso, infiniti sorrisi, una immensa tenerezza. Scusate, ma mi commuovo. Questi bambini non arrivano alle capacità che hanno gli altri; ma questa non è la cosa importante perché sono comunque capaci di darci tutta la loro tenerezza, tutto il loro amore. Era una bambina che andava comunque vestita, lavata, messa a letto alla sera, a cui non potevano mancare gli esercizi di fisioterapia passiva perché la muscolatura va tenuta in ordine e le articolazioni vanno tenute sciolte. Quindi c’era un accudimento e una fisioterapia quotidiana da garantirle. Io ho difeso questa cosa con tutte le mie forze; davo e ricevevo tanto da questa bambina. Come diceva  don Giancarlo, forse mi sono un po’ allontanata dalla vita intensa di tutti i giorni e forse per qualcuno sono risultata un po’ spigolosa. Oggi dico che sono contenta di aver dato il tempo che ho dato a mia figlia; sono contenta di averle dato vent’anni e fatto tutto quello che le poteva essere utile perché, ripeto, lei ha dato tanto a me. E’ morta il 12 luglio. Ripensando alla morte sia di mio marito sia di Elena, io penso questo: ho la certezza che siano in paradiso: li sento vicini a me, li sento felici, e quando penso a me non mi penso mai sola,  ma sempre in tre. Mons. Luigi Negri tempo fa ha scritto un testo bellissimo sul fatto che il legame con le persone che ci precedono in paradiso è un legame misterioso, ma non meno reale di quello che abbiamo con le persone che ci sono accanto. Sento questo profondo legame con loro e sento che sono sereni. Ritengo che la morte non sia rappresentabile con l’urlo di Munch. L’urlo di Munch è quel quadro in cui c’è il dipinto di un volto sfigurato con la bocca aperta in un urlo. I colori sono prevalentemente grigi e neri. Bene, la morte non è l’urlo di Munch, non è il grigio e il nero, non è un uomo sfigurato, non è un urlo di dolore. Io penso invece ad un altro dipinto che c’è ad Assisi nella Basilica Inferiore in cui c’è il volto della Madonna vicinissimo al volto di Cristo Deposto. E’ un’opera di Giotto: raffigura la Madonna vicino a suo Figlio morto. Quindi anche qui si parla della morte, ma le tonalità dominanti sono l’azzurro e l’oro, sono dei colori di vita. Il volto della Madonna esprime il suo dolore, ma è un dolore pacato ed è un dolore pieno di senso. Adesso,  da quel 12 luglio ovviamente la mia vita è nettamente cambiata perché Elena non c’è più. Lei,  con la sua presenza, mi riempiva la giornata; ora mi trovo a dover cambiare. Però, guardando dentro di me, ho pensato questo: ho tanta possibilità di fare del bene e, ringraziando il Signore perchè ho ancora una buona salute, posso  fare del bene e fare del bene significa ricevere. Così ho iniziato a fare catechismo a dieci bambini di otto anni. Insieme abbiamo preparato il Natale e ricevo tantissimo da questi bambini, dalla loro semplicità, dalla loro spontaneità:  è bello stare con loro, poter comunicare loro la fede. Sto seguendo nei compiti un bambino che viene dal Marocco che fa la seconda elementare e fa fatica a leggere. Un’altra cosa che ho cominciato a fare è entrare in contatto con un’associazione che è presente nella mia parrocchia, perché io abito vicino all’Istituto dei Tumori e all’Istituto Besta. Lì c’è una Fondazione che ha creato una casa di accoglienza per i parenti che hanno una persona ricoverata  e vengono da lontano. E’ un appartamento molto grande, con due piccole cucine, un soggiorno comune e quattordici camere. La Fondazione è nata da una famiglia della mia zona che ha avuto un figlio ricoverato al Besta e si è resa conto dell’esigenza di alcune famiglie che vengono da altre regioni, che alla sera devono avere un posto dove  andare a dormire. Si cerca di rispondere concretamente al bisogno di queste persone, però la cosa che a me sta ancora più a cuore è di poter dare una parola di speranza a questi ammalati. Soprattutto occorre aiutarli a trovare la consapevolezza che i giorni trascorsi in ospedale non sono una sospensione della vita (dicono alcuni di loro: sai, prima facevo tante cose nel mio ufficio, insegnavo a scuola … e ora sono qui in ospedale), ma sono giorni carichi di significato, perchè il Signore ti vuole bene e ti è vicino anche se in questo momento è difficile capire; vivere la malattia con questa speranza, con questo sguardo, è diverso. Come diceva don Giancarlo, i problemi restano, la difficoltà resta, ma se è dentro a te c’è questa speranza, la vita è più facile, più serena. Questo è quello che spero di riuscire a comunicare. Mi ha colpito tantissimo un signore, non giovane, che siamo andati a trovare un giorno. Il primo giorno non poteva parlare perché operato per un tumore alla lingua, quindi pieno di cannucce; si vedevano solo quegli occhi, occhi molto attenti e vigili; lo abbiamo solamente salutato  scambiando due parole con la moglie. La seconda  volta in cui siamo tornate gli avevano tolto tutte queste cose, ma esprimeva un grande dolore: era ancora debole, ma sempre con questi occhi vigili. Abbiamo parlato ancora con la moglie che era molto cordiale e molto contenta perché l’intervento era riuscito. Siamo tornati una terza volta e l’ho trovato vestito, seduto su una sedia con accanto la moglie, con la valigia già pronta e felicissima. Ebbene, questo signore con il quale io non avevo mai scambiato una parola, si è alzato in piedi, mi ha fatto un inchino e mi ha commossa, perché io non avevo detto una parola, ma nei silenzi basta uno sguardo, basta un gesto per comunicare una speranza.

 

DON GIANCARLO:  Ci sono alcuni passaggi che vorrei valorizzare perché contengono aspetti di un metodo di vita, di un metodo esistenziale valido per tutti, sempre. La prima cosa è questa: Marzia ci ha testimoniato di essere riuscita nel suo intento grazie ad uno “sguardo” al quale solo la fede educa e che l’ha portata ad accudire Elena e a cogliere i suoi sorrisi. Le relazioni interpersonali hanno possibilità e una varietà di potenzialità che, qualora vengono usate, costituiscono ponti di collegamento e quindi sono strumento di comunicazione reciproca. Noi ne usiamo solo alcuni perché sono i più facili, i più immediati, sono quelli di massa ecc.; ma l’umano è stato dotato da Dio di una infinità di possibilità e la persona è il vertice del creato. Tutto quello che c’è già nei livelli inferiori vegetali e animali, a livello dell’autocoscienza umana si trova presente a una soglia estremamente più ricca ; l’uomo può tirar fuori dallo scrigno delle sue facoltà l’inverosimile, ma bisogna educarsi. Marzia, che ha vissuto parecchi anni direi in una certa clausura, a contatto non con interlocutori con cui come adesso ci si parla, ci  si ascolta. Sua figlia Elena captava la tenerezza della mamma, la pazienza, la continuità nell’esserci ; non sappiamo in che modo, ma captava questo e rispondeva con il sorriso. Ci sono molti modi di comunicare in modo molto significativo, come lo è stato prima il silenzio e poi l’affettuoso inchino di quel signore convalescente nell’Istituto dei Tumori, di cui ci ha parlato Marzia. L’alzarsi, il tendere la mano sono gesti significativi che possono illuminare il nostro cammino; i nostri cammini pullulano, sono popolati da presenze che si esprimono, comunicano, attirano l’attenzione, domandano in mille forme, ma bisogna capirli.

La seconda cosa che vorrei valorizzare della testimonianza di Marzia è la certezza che ha mosso ed ha alimentato la sua speranza.  E’ la certezza del Paradiso: suo marito Alberto e sua figlia Elena sono lì come ci diciamo sempre e possono di più anche nei nostri confronti, perché non sono più incatenati nel limite che invece ci condiziona; ci guardano con lo sguardo e la potenza di Colui in cui sono, come ci ricorda la nostra preghiera. Occorre affrontare le vicende della vita con questa certezza, che è dilatata attraverso la Comunione dei Santi dalla verità piena della promessa di Cristo: “Io vado a prepararvi un posto e quando ve lo avrò preparato tornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono Io: Nessuno può andare al Padre nell’ambito della pienezza senza di me”. Ultima cosa: le prove della vita purificano,  fan soffrire - non per nulla le chiamiamo croci -, ma educano alla verità, all’essenziale nella misura in cui il cuore, la ragione, l’affettività sono tenuti aperti. Tant’è vero che dopo una prova così lunga, come nel caso di Marzia, uno potrebbe ritirarsi in se stesso;  invece il rituffarsi nel cammino di libertà, di responsabilità, di dono e guardare la vita in modo positivo sono indice di questa profonda purificazione.

 

MARISA (Busto Arsizio):  Io devo ringraziare Marzia di avermi illustrato la morte attraverso la spiegazione di opere d’arte. L’arte che attraverso Cristo ci educa. Questo mi illumina; ti ringrazio vivamente perché, pensare alla morte dei nostri figli con questa serenità, è come vederli in Paradiso. Mi hanno insegnato che guardare l’arte, vuol dire tirar fuori il meglio di noi per noi e per tutti coloro che ci stanno accanto; ciò è veramente un dono immenso. Ti ringrazio per questo suggerimento perché guardare e cercare di capire la vita anche attraverso l’arte, come nel caso della deposizione di Giotto, è importante.

 

MARCELLO (Busto Arsizio): Facendo questo cammino di vita con voi, che all’inizio mi appariva pesante, ho cominciato a intravvedere una speranza, un qualcosa che ci riportava ad una visione senz’altro meno dolorosa di quello che abbiamo passato ciascuno di noi alla morte del proprio figlio. Ciascuno di noi in questi anni ha avuto la capacità, l’intuizione, il dono di essere testimone per l’altro. Io ogni volta che esco da questi incontri porto sempre a casa qualcosa di positivo. Certamente il Signore lavora dentro di noi se noi lo vogliamo, se noi abbiamo il cuore aperto. Questi miracoli di cambiamento possono avvenire anche in noi e, come tu Marzia dicevi con la tua testimonianza, siamo chiamati a dire che dopotutto la vita è bella per avere incontrato il Signore. Dobbiamo esserne testimoni per gli altri, portatori di amore e di speranza. La felicità è un diritto che noi abbiamo. Noi non abbiamo perso il bisogno umano di essere felici; questo lo dobbiamo cercare, lo dobbiamo trovare perché se siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Quanto ci è avvenuto è per una felicità più grande che noi, in questo momento, non cogliamo.

 

DON GIANCARLO:  Marcello, permettimi di correggerti su di una cosa. La felicità non è un diritto; è una esigenza indistruttibile, irriducibile perché ce l’ha seminata Lui. La parola diritto ci mette invece nella logica di qualcosa di nostro come di non riconosciuto, non avuto, su cui si incomincia a pretendere o ad avanzare richieste  del tipo contrattuale.

 

MARZIA:  Accompagnerei il termine felicità con quello di letizia di cui don Giussani parlava spesso e che io  ho capito in questi anni. La felicità ha a che fare con qualcosa di mondano; la letizia va ben oltre. Anche nel dolore si può trovarla.

 

ROBERTO (Vimercate): Non è facile parlare di felicità e nemmeno di letizia. Quando si è di fronte a una grande disgrazia, come nel caso della morte di un figlio, all’inizio vi è molta rabbia, tristezza e dolore. Non è facile esprimere a un esterno queste emozioni : per comprenderle le devi provare. Personalmente, anche venendo tra di voi, ho potuto constatare che tanti, prima di me, sono stati colpiti dalla perdita di un figlio. La testimonianza di uno come te ti aiuta. Io sto seguendo una strada parallela a questa, un po’ più legata  a conoscenze dirette tramite una rete di tante persone che ho avuto modo di conoscere Di fronte alla morte di un figlio si tratta, come diceva Marcello, di dare una speranza a famiglie alle quali è stata cambiata la vita.  Non ci sono facili soluzioni; come ho sempre detto, qui non ci sono soluzioni; c’è solo un percorso e io, con queste persone che conosco o ho conosciuto, comprendo quanto sia importante testimoniare una speranza. Tante volte ricevi parole di rabbia, di sgomento, ma io non sono mistico, non mi ritengo  un illuminato. Ho però raggiunto la certezza di aver compreso  che i nostri cari continuano a vivere. Senza di essa non potrei portare avanti certe idee.  Devi comunque rispettare anche le persone che ti danno contro e ti dicono come fai a provare questa certezza. Non c’è bisogno di provarla; deve solo entrare in te e una volta che è entrata in te nessuno può convincerti del contrario.

 

DON GIANCARLO:  Tu, Roberto, hai parlato di percorso, di cammino. Il cammino porta a Cristo. A pagina 120 del testo che stiamo meditando di Mario Camisasca, La casa, la terra, gli amici  e in particolare nel capitolo che riguarda Lo Spirito Santo, c’è un passaggio che ci permette di guardare a Gesù come l’Uomo Nuovo, il Tutto che si è calato svuotandosi nel frammento fino al perdersi,  fino a svuotarsi per la nostra salvezza: “Mentre Gesù è sceso dal cielo da solo, non vuole tornare al Padre da solo. Vuole portare con sé tutti noi, tutti coloro che il Padre gli ha messo nelle mani. E’ questo il senso del tempo”, cioè del cammino del percorso. “Tutti i secoli,  da allora fino alla fine dei tempi, hanno quest’unico significato: che gli uomini possano essere raggiunti dall’evento della risurrezione, possano liberamente aderirvi o rifiutarlo. Coloro che vi aderiscono entrano a far parte della Chiesa. In  questo modo a poco a poco, si realizza quel compimento del Regno che sarà definitivo quando l’ultimo uomo avrà dato  la sua risposta e Cristo restituirà al Padre se stesso come figlio, portando con sé l’universo popolato di uomini e donne, resi figli nel Figlio. Come agisce Gesù  nel tempo? Come agisce il Padre? Attraverso lo Spirito Santo. La terza persona della Trinità è dono del Padre e del Figlio, affinché possiamo conoscere e amare con quella profondità con cui Cristo stesso conosce e ama. Senza lo Spirito Santo le potenzialità della nostra mente rimangono inespresse e il nostro cuore freddo e incerto.”

Senza lo Spirito il nostro cuore diventa freddo e incerto nei casi estremi fino alla perdita della speranza, cioè viene meno la voglia, la gioia, il desiderio, il coraggio di vivere, di accettarsi e di accettare la realtà per come ci è messa davanti. Attraverso il dono dello Spirito, ed è qui la cosa bella che dà respiro, a poco a poco cresce in noi una nuova capacità di vedere ciò che è nello spazio e nel tempo e anche al di là di esso.

“Il tronco si inabissa ove è più vero” ha scritto Clemente Rebora in una sua poesia. Si tratta di una bella metafora di ciò che ho detto: lo Spirito ci porta a vedere e amare non un altro mondo, ma la profondità di questo mondo che è Dio stesso. Quello che noi riteniamo altro mondo è dentro nel nostro mondo; la Vita Eterna incomincia da qui, parzialmente, inizialmente, come preludio, come aurora; il meriggio, se non per attimi fugaci, è già dentro tutto. Dio è tutto in tutti; senza di Lui tutte le cose, e in particolare il loro centro che è la persona di Cristo, perderebbero il loro gusto, rimarrebbero senza voce, senza colore. Diventano come  il grido di Munk, del disperato, o, se si preferisce, come un film muto. Lo Spirito non ci concede soltanto di sapere , non ci dà solo l’intelligenza ma anche la sapienza, che è fonte di gioia, di consolazione e anche di forza, di coraggio per attraversare le avversità della vita. Lo Spirito è colui che sana le nostre ferite, ci difende dal male, ci dona pace; è riposo, riparo, conforto. Senza di Lui tutto ciò che esiste sarebbe per noi lontano, estraneo. Con Lui invece non siamo più stranieri né ospiti, come dice la lettera di San Paolo agli Efesini, ma concittadini dei Santi e familiari di Dio. Luca nel Benedictus chiama lo Spirito forza che viene dall’Alto. Non è una realtà da conoscere, ma una Persona che si fa conoscere, fa conoscere noi a noi stessi e permette a noi, attraverso di Lui, di conoscere gli altri accomunati nel destino che sta a cuore a noi. E’ il Maestro che ci introduce alla verità tutta intera ed è totalmente relativo al Padre e al Figlio; rende attuale la totalità del dono del Padre e del Figlio, lo rende concreto, personale e interiore al tempo. E’ questa una pagina illuminante, ma a una condizione: che non la prendiamo come pagina lirica, propria di una letteratura affascinante; è invece la realtà!

 

NATALE  (Usmate):  In questi giorni  abbiamo sentito quello che è accaduto e che è tutt’ora in atto con il naufragio della Costa Concordia e io mi sono chiesto come interpretare questo dramma. E proprio ieri, rileggendo il nostro testo, ho trovato una riflessione che mi ha dato quasi una risposta.  Dice Camisasca: “Egli vuole che ciascuno di noi abbia a cogliere ciò che accade come segno. Oggi, se di fronte a certe catastrofi ci si permette di dire che forse si tratta di un richiamo di Dio, si viene derisi.” Infatti si è fatta una settimana di programmi sul naufragio in cui ognuno diceva la sua, senza far  intravvedere un segno di speranza per quelle persone, soprattutto per quelle che sono rimaste. Riprende il testo: “Certo, non tutto può essere appiattito a una logica stretta di causa ed effetto, ma anche attraverso questo fatto, Dio vuole comunicare con noi. Ogni cosa porta con sé un insegnamento, anche la più brutta, come un terremoto o uno tsunami. Lo Spirito è quanto di meno spiritualistico ci sia: parla attraverso tutto ciò che accade”. Ecco, questa è  la risposta cristiana. Oggi mi sono riletto alcune cose tra cui: “ L’uomo che cerca di esistere soltanto positivisticamente nel calcolare, nel misurare , alla fine rimane soffocato”. Con queste parole il  Papa di recente ha identificato molto bene l’urgenza  alla quale siamo chiamati per uscire da questo soffocamento in  cui tante volte ci troviamo a vivere.

 

MARZIA :  Tu hai detto una cosa giusta: ognuno di noi fa una percorso diverso perché la nostra sensibilità è diversa l’uno dall’altro. Però c’è un fattore comune: abbiamo provato questo dolore che è grande, la perdita di un figlio ma, se noi diciamo di sì, questo dolore si trasforma e io sono convinta che possiamo arrivare a una serenità che possiamo condividere anche con altri.

 

GIOVANNI (Milano):  Parliamo sempre di papà, mamma e  di un figlio che è scomparso. Se viene a mancare uno dei due coniugi però, la cosa è ancora peggiore. La serenità è difficile da percepire e riuscire ad avere, dopo che c’è una seconda tragedia in famiglia.

 

MARZIA:  Io  l’ho trovata! Sono qui con voi.

 

GINO (Milano):  Vorrei ringraziare Marzia perché mi ha scosso dal torpore parlandoci della dedizione con cui ha accudito sua figlia e poi, quando Elena è andata al Signore, del suo desiderio di rimettersi in moto. Solo lei poteva capire il sorriso di quell’uomo che non poteva parlare, perché quel sorriso lei l’ha vissuto per vent’anni. Queste sue parole mi danno una carica e mi sento ancora in marcia per andare avanti, nella speranza di essere ancora di aiuto a tante persone.

 

MARIA ROSA  (Milano): Sono la moglie di Gino. Mentre parlava Marzia, mi rammaricavo che non ci fosse una coppia di amici. Poi però ho capito che quelle parole erano importanti anche per me. Anche a me era subentrata  un po’ di indifferenza, di stanchezza e, pur facendo sempre le stesse cose, mi mancava l’entusiasmo. Credo che già da domani cambierà il mio modo di vedere le cose e  vedrò di pormi  davanti alla mia realtà in modo diverso, con speranza, con fiducia. Grazie veramente di cuore.

 

Carla (Milano):  Voglio ringraziare don Giancarlo per averci suggerito la lettura di questo libro di Camisasca che trovo molto ricco. La pagina che ci ha appena richiamato, io me la sono trovata tutta sottolineata perché vuol dire che mi aveva veramente toccata, soprattutto dove dice “Oggi mi sembra sia venuto il tempo della concentrazione. Un tempo che non rinuncia assolutamente ai grandi numeri, là dove ci sono o dove potrebbero esserci presto, ma che, nella sostanza, sente la necessità di una rigenerazione del tessuto ecclesiale attraverso il crearsi di piccole o grandi comunità che illuminino il cammino verso una rinascita più generalizzata”. Cosa vorrà dire? Forse semplicemente che ci dà una mano ogni persona che ci è messa vicina, così come l’amicizia che ci scambiamo in questa comunità.

 

Carlo (Milano): Maria ha dato al mondo Cristo e noi dobbiamo dare Cristo al mondo. In questo modo il nostro agire, il nostro cuore, il nostro andare verso gli altri serve a creare delle comunità attorno a noi  in cui Cristo resuscita.

 

DON GIANCARLO :  Usiamo un  termine oggi di moda anche se deve caricarsi di un contenuto più preciso e più qualificato. Dobbiamo creare rete, fare rete attorno a noi per comunicare ciò che viviamo e altri possano accorgersi della novità, umanamente più bella, più vera, più ricca, contenuta nel Vangelo in forza della quale una folla è stata accanto a Gesù per una giornata intera dimenticandosi di mangiare. La verità è  bellezza che affascina, come già insegnava Socrate. Per il cristiano è il segno della bellezza totale che chiamiamo Dio. Ecco, l’avere nel cuore questo desiderio  di verità, questa istanza di bellezza che Gesù ha trasformato nel compito di annunciare il Vangelo, di comunicate ad altri ciò che è accaduto in noi, ci fa sentire responsabili di una rete di rapporti e di incontri che Lui ha messo sul nostro cammino.

 

Gabriella (Gallarate):  Questa del fare rete, senza rendermene conto, la sto già facendo, anche con il vostro aiuto, cercando di portare un discorso di speranza. Ora mentre nell’ambito di chi mi conosce questo messaggio è accolto, fra coloro che invece hanno con me un rapporto superficiale e distaccato, questa cosa crea imbarazzo, perché vorrebbero vedere in noi la sofferenza. Come è possibile – si chiedono - che una persona che ha perso un figlio così meraviglioso possa ancora sorridere, possa ancora avere la gioia di vivere?  Molte volte io mi sono sentita giudicata. Come ho già più volte detto, la forza che mi ha sorretto in occasione della morte di mio figlio Marco non è dovuta al mio carattere, ma all’aiuto che Dio mi aveva dato, perché io subito glielo ho affidato. Io e mio marito abbiamo detto al Signore:  abbi cura di nostro figlio; ti preghiamo, tienilo fra le tue braccia. Abbiamo pregato Gesù, abbiamo pregato la Madonna: quello che ci premeva era la sua salvezza in Dio; per questo chiedevo a tutti di pregare per Marco e tanti pregano ancora per lui. Ecco, questa era la cosa che mi dava serenità: sento e credo che Marco sia vivo così come le mie amiche e i familiari che ho perso.  La mia conseguente riflessione è semplice: loro ci sono, ma c’è questo velo terreno che ci impedisce di vederli; loro  ci vedono e ci vogliono vedere nella letizia, nella gioia, anche se ora il vuoto per la mancanza di Marco si è fatto più grande. Forse prima mi era più vicino perché avevo bisogno del suo aiuto; adesso è  ancora di più nella luce del Signore. Sento  comunque sempre il bisogno di testimoniare, di fronte a chi ha perso una persona cara, che con la morte non finisce tutto. La morte, come racconta una nonna al proprio nipotino in un libro di Terzani, è come un passaggio, così dolce da non avere paura; bisogna avere fiducia, sperare. Quando io da mamma cercavo di vivere la perdita di un figlio di un’altra mamma, non riuscivo ad immaginare quale dolore si potesse provare. Poi quando è accaduto, è arrivata una forza superiore a noi:  lo Spirito veramente ci aiuta e, siccome lo Spirito è un dono , Dio ci  elargisce la sua grazia, che ci illumina e ci conforta quando ne abbiamo bisogno.  Io l’ho vissuta così.

 

DON GIANCARLO: Collegandomi ad un altro passaggio di Roberto, dico che dobbiamo metterci nella posizione culturale di chi è consapevole che la fede ci educa. Dio non porta mai via nulla da noi; cambia, modifica gli assetti della custodia e della fruizione dei doni che ci ha messo fra le mani. Lui è il Signore, è colui che presiede all’ordine armonico della nostra vita: per certi periodi affida certe cose, certe doti, certe grazie; poi, cambia ottica perché la realtà è come un cristallo che può riverberare agli occhi e al cuore dell’uomo una luminosità diversa. Ma questo lo si coglie, lo si gusta in libertà se non ci si aggrappa possessivamente a ciò che si è, a ciò che si ha come fosse nostra proprietà. Tutto è donato e tutto è modificato. Dio è geniale nell’amore, perché non tiene mai l’assetto del “computer” della vita uguale.

 

NATALE  (Usmate):  Chiudiamo questo nostro incontro che, come sempre, è stato di una ricchezza inaspettata, grazie anche alla nostra amica Marzia che ci ha dato una grandissima testimonianza. Ci invita a porci davanti alla nostra realtà di vita con speranza, con fiducia.

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